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i punti di svolta

Un articolo breve, pratico e connesso.

Sergio Migotto

8 minutes read

Come raccontavo qualche articolo fa, questo periodo di quarantena lo trovo particolarmente ricco di flussi di conoscenza, che si riversano principalmente in rete o che si possono scoprire nei libri. Alla mia destra in questo momento, c’è un bloc-notes, con due pagine di appunti presi a mano, come ai tempi dell’università. Sono perlopiù spunti e brevi frasi, ma sono quelle cose che dopo mesi, o anni di ricerca, arrivano come fulmini a ciel sereno e chiudono un ciclo di domande e intuizioni, che girano tra le sinapsi del cervello.

Per quanto mi riguarda è sempre un momento liberatorio, quando comprendi a fondo qualcosa che stavi disperatamente cercando, avviene un passaggio istantaneo da uno stato di compressione, ad un’improvvisa distensione. Da quel momento una nuova consapevolezza fa parte del tuo bagaglio culturale e ti senti completamente vuoto, fino a che non si materializza l’argomento successivo. Vediamo insieme la chiusura di uno di questi cerchi.

La ricerca del consenso, crea la mediocrità

Questo concetto è stato estrapolato dall’ambito fotografico, ma in fin dei conti non credo sia limitato a questo. L’avvento delle piattaforme social ha dato inizio ad uno sconvolgimento dei linguaggi, dei costumi, degli atteggiamenti e delle aspettative. Possiamo negarlo, illuderci che le ragioni siano altre, ma in fin dei conti ad ogni pubblicazione di post, storie o tweet, l’unica cosa che stiamo cercando è il consenso. Non è un discorso assoluto ovviamente, come nessun discorso può esserlo, del resto una fetta di utenti utilizza i social come semplice strumento pubblicitario, un modo per far conoscere il proprio portfolio ad un pubblico molto vasto, difficilmente raggiungibile con altri metodi.

Rispettare le regole del consenso, significa muoversi su terreni già consolidati, mainstream. Non bisogna inventarsi niente, le regole sono già scritte, seguitele e otterrete il consenso. Vi riporto un esempio personale, ho caricato otto foto sul mio profilo Instagram, una sola rispecchia le regole del consenso esistenti e infatti, solo questa foto ha ottenuto un elevato numero di reazioni. Guardandole al volo riuscite ad indovinare di quale foto sto parlando?

Questa è la risposta corretta. La realtà è che questo scatto, a cui sono legato per ragioni affettive, è una foto bella ma non buona. È un prodotto assolutamente mediocre, non racconta niente di particolare, non ha una storia al suo interno, non sfrutta la fotografia come linguaggio, non ha un perché. E lo dico con cognizione di causa, l’ho scattata io, in fin dei conti. Questa è solo una lunga esposizione, con un filtro montato sull’obiettivo per allungare ulteriormente i tempi, ed ottenere l’effetto seta sull’acqua, chiaramente , è scattata al momento giusto.

Alba e tramonto, con la loro tonalità di luce calda attivano i ricettori del nostro cervello, sensibili alla saturazione e appunto alla temperatura colore, è un istinto naturale le cose calde e sature piacciono di più ai nostri occhi, avete mai notato quanto siano iper-saturi i display dei vostri smartphone o la smart TV? Non è casuale, iper-saturare l’immagine la snatura ma la rende più bella ed emozionale, al costo di non rappresentarne la realtà ma se non sei un grafico, un fotografo o un video-maker, quanto vale la fedeltà dei colori rispetto all’effetto wow?

Tornando alle otto foto, perché la più apprezzata è la meno buona? Essa rispetta le regole del gusto imposte da Instagram, è scattata con una luce calda, rispecchia un luogo ampiamente conosciuto e frequentato, sfrutta uno schema espositivo semplice ma d’effetto, ed infine è bella nella sua mediocrità di essere uguale ad altre milioni di foto nel web, ma una fotografia è tale, quando racconta qualcosa.

Quale rischio deriva da tutto questo? Quello di essere naturalmente portati a creare prodotti che ci restituiscano consenso, sacrificando qualità o genialità di un lavoro. Se non ricevo molti “like”, significa che alla gente non piace quello che sto facendo, ma non sempre è così. Tra le famose otto foto, ci sono scatti ben più significativi, narranti e vivi dell’alba su Caorle.

La ricetta del consenso su Instagram: albe, tramonti, gattini, fiorellini, cibi, bevande, leggings e costumi. Saturate l’immagine, aggiungete un filtro, condividete.

E cercano un consenso immediato quei politici che usano i social per condividere notizie false in grado di suscitare consenso immediato. Non intendono costruire qualcosa in comune con altri: da te vogliono solo un like che si trasformi in un voto, cioè in una cessione di potere.

Lezioni di Meraviglia: Viaggi tra filosofia e immaginazione - Andrea Colamedici, Maura Gancitano

Pubblicare, spesso, ha solo uno scopo narcisistico

Questa frase, se i miei appunti non m’ingannano è stata pronunciata da Settimio Benedusi durante una live su YouTube. La sua opinione è che pubblicare sui social, per far vedere che siamo in piazza a Venezia, o al concerto del cantante di turno, non abbia alcun senso se non l’auto-proclamazione di se stessi. Far vedere agli altri che stiamo facendo qualcosa, perché se non lo pubblichiamo significa forse che non lo stiamo facendo?

I più simpatici, per me, sono quelli che vanno ai concerti e passano tutto il tempo con il telefono in mano, a fare video in cui non si vede niente e a pubblicarli sui social per dimostrare di essere al concerto di Pinco Pallino. Guardano letteralmente il concerto attraverso lo schermo. Mi sono sempre chiesto due cose, a cui non riesco a dare una risposta ancora:

  • Hanno vissuto davvero quell’evento? In fin dei conti se lo guardavano su YouTube lo vedevano pure meglio, si risparmiavano il biglietto e la tribolazione della giornata.
  • Ma soprattutto, hanno mai riguardato i video che hanno fatto?

La cosa più importante non è più vivere un esperienza, è condividerla.

Ecco che in piazza a Venezia non ci si immerge più nella bellezza del creato, ma si cerca di compattare quel creato in una piatta immagine da pubblicare. Non sto dicendo che non si debba farlo, ma chiedo troppo se vi invito a guardare con gli occhi e non solo con i pixel? Dico forse una cosa sbagliata, se chiedo di vivere anziché condividere? Risulto forse offensivo, se dico che quello che fate, visitate, mangiate, bevete o portate a spasso al guinzaglio, in fin dei conti, non interessa veramente a nessuno? Dico forse il falso, quando sostengo che tanto più si espone la propria vita privata sui social e tanto più si diventa oggetto di pensieri, supposizioni, illazioni, basate su una storia o un post?

Il concetto espresso da Benedusi, si ricollega chiaramente alla ricerca del consenso in quello che facciamo, sembra quasi che necessitiamo di ricevere la benedizione dai nostri follower, che con un like hanno il potere di comunicarci cosa gli piace vedere e cosa no. Le esperienze più belle che abbiamo vissuto non hanno tuttavia un post o una storia di supporto, esistono nella memoria e nei sentimenti di chi c’era.

Se vivi in gabbia non puoi essere più grande della gabbia che ti “contiene”.

Questa concetto lo trovate nel libro: Lezioni di Meraviglia: Viaggi tra filosofia e immaginazione. Lo cito perché collega un filo tra la ricerca di un contenuto che generi consenso e la sua pubblicazione. Entrambi questi concetti che abbiamo sviluppato in precedenza, messi insieme, creano la struttura causa-effetto.

Scivoliamo volontariamente in una gabbia, confortevole all’inizio, non sembra nemmeno plausibile definirla gabbia tanto sembrano distanti i suoi confini, ma l’uomo evolve continuamente, io non sono uguale alla persona che è andata a dormire ieri sera. Quando però arriviamo al bordo siamo intrappolati nei modi che ci sono stati imposti, nei dogmi che crediamo inamovibili, nella paura della critica e nel giudizio sbraitato dalla voce delle persone.

Per gli altri, qualunque cosa facciamo sbagliamo. E vale per tutti, dall’ultimo degli ultimi, alla persona più influente che cammini sul pianeta, le persone hanno bisogno di sfogare la propria frustrazione e il loro “essere” tristi, contro qualcuno. (”essere” - in questo caso lo intendo come: entità triste. Non come rappresentazione di uno stato d’animo, in cui una persona può sentirsi triste.)

Se investi sprechi i tuoi soldi, se non lo fai non farai successo. Se studi non hai voglia di lavorare, se lavori non hai voglia di studiare. Se ti sposi ti scavi la fossa, se non lo fai “quando metti la testa a posto?”. Se viaggi te lo puoi permettere, se non lo fai “non scopri il mondo”. Se vai in montagna in estate non capisci niente, “in estate si va al mare”. Se compri casa dovevi comprare una macchina, se compri una macchina: “non era meglio investire in una casa?”

And did you exchange, a walk on part in the war, for a lead role in a cage?

Wish you were here - Pink Floyd

Quello che è facile e comodo, è stupido

Questo commento arriva da una figura controversa, quale Oliviero Toscani. Ascoltarlo a volte è difficile, non per i concetti che trasmette ma per il modo in cui li trasmette. Molto spesso ha delle grandi cose da dire ma il modo in cui le espone, mortifica anche il più bel concetto che può esserci dietro. Con Toscani più che con molti altri, bisogna scindere il discorso dal personaggio, ma accidenti, quanti spunti di riflessione riesce a trasmettere.

Il punto è che siamo naturalmente attratti da ciò che è facile, immediato e non richiede alcuna disciplina per giungere al risultato. In sostanza si può riassumere che siamo attratti da ciò che ci concede una soddisfazione effimera.

Anche questo punto, aggiunge una tessera al puzzle che stiamo esplorando, abbiamo visto il consenso, il narcisismo nella pubblicazione, la gabbia in cui ci portano ed infine, la doccia gelida che risveglia i sensi. A questo punto, se facciamo un passo indietro ed allarghiamo la prospettiva, ci rendiamo conto che abbiamo completato un percorso di analisi.

Quanto tempo perdiamo alla ricerca del consenso, attraverso la mediocrità, con un occhio ai like ed uno al nostro ego, per renderci conto poi che stiamo scivolando in una gabbia, solo per ricercare qualcosa di sostanzialmente stupido?

Liberi liberi siamo noi, però liberi da che cosa? Chissà cos’è, chissà cos’è…

Liberi liberi - Vasco Rossi

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