Ciao, io sono Sergio.

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Giulia Colledan

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Sono passati solo due giorni dal nostro ritorno in Italia e ho come la sensazione di aver vissuto un sogno. Come quando la sveglia suona, ma tu stai ancora sognando. I dettagli sono ancora precisi, ma non riesci bene a definire che cosa ti sta accadendo. Ecco, questa mi pare la metafora migliore per descrivere il mio stato fisico e psichico attuale.

Le persone, i paesaggi, i profumi, gli odori mi sembrano così lontani, ma allo stesso tempo sono così chiari nella mia mente. Una sensazione davvero strana e difficile da spiegare a parole. Quando ero in Ecuador e le persone dall’Italia mi chiedevano: “Come stai? Come è lì?”, io non sapevo cosa scrivere. “ Tutto bene, ma siamo dall’altra parte del mondo in tutti i sensi!”, questa era la mia risposta abituale. Però avrei voluto aggiungere: “Se ne hai la possibilità, vieni qui a cercare di capire assieme a me!”

Un mese è stato pochissimo, ma è stato intenso. È come se tutto d’un tratto mi avessero aperto il cranio e modellato il mio cervello. Il primo giorno, infatti, il mal di testa si è fatto sentire. Quel dolore per me è stato come un campanello d’allarme che mi anticipava quanto il mio sguardo si sarebbe ampliato. Già dal primo giorno, in viaggio da Quito a Esmeraldas, mi sentivo LA straniera. Dai finestrini mi guardavano come se fossi un’ aliena e questa sensazione è durata per tutto il mese, anche se verso la fine ci avevo fatto l’abitudine.

Tra noi volontari ci prendevamo in giro dicendo “Attenzione! Sono in arrivo i bianchi!”. Tra l’altro io e Elena abbiamo gli occhi e i capelli chiari. Potete immaginare come ci sentivamo osservate. In autobus le persone addirittura si spostavano per poterci guardare meglio e mi capitava spesso di voler sparire. Secondo le persone del luogo noi volontari eravamo fratelli o cugini. Al Barrio i bambini continuavano ad insistere che io e Matteo fossimo fratelli, anche se non abbiamo niente di simile se non la pelle chiara. A volte, passeggiando per Esmeraldas, accadeva che dei bambini scappassero da noi o piangessero dalla paura. Al mare invece si notava che le persone ridevano sotto i baffi quando ci mettevamo la crema solare. E chissà quante volte ci avranno preso in giro per azioni o parole sbagliate, secondo la loro cultura.

Ogni volta che scorgevo questo, cercavo di immaginare e percepire cosa potesse provare uno straniero che si trasferisce dal proprio paese. Persone costrette ad andare altrove e non in assoluta libertà come abbiamo fatto noi; diretti verso una meta imprecisa e confusa e non preparata da incontri di formazione e da racconti sul luogo. La difficoltà maggiore che ho riscontrato in Ecuador è stata l’igiene e il vedere la condizione in cui le persone vivevano. Famiglie numerose che abitavano in un’unica stanza, in case piccole e sporche come la stalla dei miei animali. Mi ha fatto un certo effetto tornare a casa, andare dalle mie caprette e vedere proiettati i volti delle persone che ho incontrato, ricordando i dettagli delle loro case così lucidamente.

In tutto questo però mi ha sorpreso come svolgano una vita normale: vanno a scuola, lavano i vestiti, cucinano, prendono il bus, guardano la TV, ecc. Prima di partire ci avevano consigliato di accogliere la differenza e di evitare di farsi troppe domande. Nel sentire queste parole ho pensato subito: “Beh ma è ovvio, mi pare il minimo accogliere le differenze. Mi viene facile!”. Già! In Italia è facile quando appartengo al gruppo della maggioranza e non della minoranza. In certi momenti è stato difficile non criticare quello che i nostri occhi vedevano. È capitato anche davanti a Zolanda che, nonostante tutto, ci sorrideva. Io provavo un po’ di vergogna davanti ai suoi occhi neri, innamorata della sua terra e della sua gente. Questo stile di vita ha messo in discussione il mio: quante abitudini inutili tengo nella mia vita? Sono proprio necessarie? Ma come fanno a vivere così? Ma quindi è giusto questo stile di vita o il nostro? Se fossi nata anche io qui, tutto questo sarebbe normalità.

Nel secondo fine settimana las Hermanas (le Piccole Apostole come vengono chiamate a Esmeraldas) ci hanno accompagnato insieme a Ciro (un professore e una persona meravigliosa della scuola) a Santa Maria de los Gayapas, un villaggio in mezzo alla foresta. Le persone qui vivono del cibo che riescono a raccogliere e svolgono una vita semplice, scandita dalla luce del sole. Mentre osservavo loro, le riflessioni frullavano assieme agli altri volontari: ma come fanno a vivere qui isolati dal mondo? Come fanno a vivere sempre con le stesse persone? Hanno anche loro la ricerca del successo, della carriera, di voler sempre di più come noi? E se sì, come è possibile? Forse, vivono meglio di noi. Sullo sfondo c’era Ciro che, nativo di quelle terre, ci accompagnava orgoglioso attraverso il fiume e i villaggi.

Accanto a questo circolo veloce di pensieri, riflessioni e critiche non controllabili, si aggiungevano le osservazioni sulle Piccole Apostole che hanno lasciato l’Italia accompagnate dalla fede e dalla loro professionalità. Per alcune di loro l’Ecuador è diventata la loro casa dopo più di 20 anni di permanenza. In loro ho visto l’amore per una terra diversa da quella in cui nate. L’ho notato dai loro sorrisi, dalla loro delicatezza nel descrivere gli abitanti dell’Ecuador e dalla passione che mettevano nel loro lavoro. E poi c’erano i miei compañeros, i volontari con cui siamo riusciti bene a condividere giorno dopo giorno questa vita diversa, ognuno con le proprie specificità: Federica sempre attrezzata per ogni evenienza, disponibile ad intervenire o a donare (materialmente e non) tutto per e/o con gli altri; Elena che ha regalato la sua capacità di andare oltre a ciò che appare ed era sempre con la battuta pronta per far spuntare dei sorrisi; Matteo che ha condiviso la sua gentilezza, la sua umiltà e l’attenzione continua ad ogni membro del gruppo; e Francesca che ha mostrato la sua sensibilità, disponibilità ed era sempre premurosa nei nostri confronti.

Oltre a loro c’erano Carlotta, Chiara e Francesco entusiasti nell’averci in casa per un mese e per aver invaso la loro nuova routine. Erano sempre pronti per una chiacchierata, per una partita a carte, per un aiuto o per un confronto. In tutto questo come sfondo c’era l’oceano, la distesa immensa delle foreste con il continuo suono degli uccellini e dei gechi. Una natura che mi sbalordiva e mi faceva sentire piccolissima rispetto al mondo. Questa sensazione di infinito l’ho sentita di nuovo durante il ritorno in aereo: tantissime nuvole bianche e poi il contrasto tra luce e buio che dava l’anticipo alla grande stella polare, a fianco a me per diverse ore di volo.

La parola chiave di questo mese per noi volontari è stato compartir e l’abbiamo continuamente usata e messa in pratica in maniera spontanea. Ora cercherò di condividere tutto questo con le persone che incontrerò. Sarà difficile scegliere le parole più adatte per cercare di spiegare al meglio e di farmi capire. Questo non nego che mi spaventi. Ricevere un “che brava che sei stata!” non è sicuramente lo scopo della mia testimonianza. Mi piacerebbe che le persone potessero immaginare come sia vivere nell’altra parte del mondo e pensare che non esista una cultura giusta o sbagliata. Vorrei far riflettere che è stata una casualità il fatto che sia nata in Italia. Sarei potuta nascere in Siria ed ora scappare dalla guerra. E invece no. Sono nata in Italia dove ho tutto e ancora a volte mi sento autorizzata a lamentarmi o a sopportare lamentale di persone che mi stanno accanto.

A tutte le persone che ho incontrato per le strade, in autobus, sulle spiagge, al barrio, a scuola…vorrei alzarmi, abbracciarle una per una e dire GRAZIE. Così come ha fatto il nipote di Zolanda in quella prima domenica dell’esperienza a Muisne. Il ricordo è così nitido: c’era il sottofondo dell’oceano, dei bambini che giocavano a calcio sulla sabbia, degli ecuadoregni che ci fissavano e questo bambino finito il pranzo si alza, chiede il permesso al padre e ringrazia uno ad uno senza tener conto che noi eravamo degli sconosciuti. L’atmosfera diventò ancora più magica. Questa è l’immagine che mi è rimasta nel cuore e nella mente come a ricordarmi : ringrazia per tutto ciò che vedi e per chi incontri, tutto avrà un altro sapore.


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